Alzi la mano chi temeva le lezioni di chimica a scuola. Salvo rare eccezioni, questa disciplina è spesso percepita come difficile, astratta e distante dalla vita quotidiana. Questo influisce sulla motivazione e sulle scelte degli studenti, scoraggiandoli da continuare percorsi accademici e professionali in questo ambito così importante e, in realtà, affascinante.
In un nuovo articolo pubblicato su JCOM, un team di ricercatrici brasiliane — Ariane Carolina da Rocha, Ana Carolina Steola e Ana Cláudia Kasseboehmer, tutte dell’Instituto de Química de São Carlos (Universidade de São Paulo) — ha lavorato con classi di scuole pubbliche di diverso tipo per mostrare come i metodi di educazione non formale, come quelli utilizzati nei musei della scienza, possano supportare i percorsi educativi tradizionali e aumentare la motivazione degli studenti.
Alzi la mano chi temeva le lezioni di chimica a scuola. Salvo rare eccezioni, questa disciplina è spesso percepita come difficile, astratta e distante dalla vita quotidiana. Questo influisce sulla motivazione e sulle scelte degli studenti, scoraggiandoli da continuare percorsi accademici e professionali in questo ambito così importante e, in realtà, affascinante.
In un nuovo articolo pubblicato su JCOM, un team di ricercatrici brasiliane — Ariane Carolina da Rocha, Ana Carolina Steola e Ana Cláudia Kasseboehmer, tutte dell’Instituto de Química de São Carlos (Universidade de São Paulo) — ha lavorato con classi di scuole pubbliche di diverso tipo per mostrare come i metodi di educazione non formale, come quelli utilizzati nei musei della scienza, possano supportare i percorsi educativi tradizionali e aumentare la motivazione degli studenti.
Chemofobia
Esiste un termine specifico per descrivere questo fenomeno: chemofobia. «È la percezione negativa della chimica ed è spesso associata all’idea che sia pericolosa, troppo difficile o scollegata dalla vita quotidiana. Questa percezione deriva generalmente da una mancanza di informazioni e dal modo in cui la chimica viene insegnata», spiega da Rocha. «La chimica è spesso percepita come difficile perché coinvolge concetti astratti, simboli e rappresentazioni matematiche. Molti studenti – e anche altre persone – non vedono un collegamento chiaro tra la chimica e la loro vita quotidiana».
«I metodi di insegnamento tradizionali possono essere molto focalizzati sui contenuti e poco interattivi, riducendo così il coinvolgimento degli studenti», continua da Rocha. Per questo motivo, i metodi di educazione non formale utilizzati nei musei e nei science centre possono svolgere un ruolo importante nel supportare i curricula scolastici.
Il quadro teorico: la Self-Determination Theory
Da Rocha e le sue colleghe hanno basato la loro ricerca sul quadro teorico della Self-Determination Theory (SDT), formulata da Edward Deci e Richard Ryan nel 1985. La SDT è una teoria psicologica secondo cui la motivazione è fortemente legata a tre bisogni fondamentali: autonomia, competenza e relazionalità. «Abbiamo scelto questo quadro teorico perché ci aiuta a comprendere non solo ciò che gli studenti apprendono, ma anche come si sentono durante l’apprendimento, soprattutto nei contesti di educazione non formale», spiega da Rocha.
La ricerca ha coinvolto studenti delle scuole superiori di sei istituti pubblici situati in quartieri periferici di São Carlos, in Brasile. La scelta di queste scuole mirava ad ampliare l’accesso degli studenti a esperienze di educazione non formale e a iniziative di comunicazione della scienza legate all’università.
Una mostra interattiva sui processi di ossidazione avanzata
Nello studio è stata utilizzata una mostra interattiva sui processi di ossidazione avanzata (Advanced Oxidation Processes, AOP), visitata da oltre 250 studenti. La mostra, basata su un progetto di ricerca universitario, illustrava diversi processi per degradare composti organici come coloranti, farmaci e prodotti per la cura personale. Tra questi, gli AOP si sono distinti per la loro capacità di trasformare composti organici in sostanze meno tossiche utilizzando tecniche considerate ecocompatibili. In questo contesto è stato possibile esplorare e discutere, attraverso attività di comunicazione scientifica, concetti come l’elettrochimica, l’ossidazione per la degradazione degli inquinanti e le reazioni radicaliche. L’attività prevedeva l’interazione con un modello fisico e con l’allestimento espositivo. Per la fase qualitativa sono stati selezionati per le interviste gli studenti che avevano mostrato i livelli più alti e più bassi di partecipazione, in modo da analizzare diverse forme di coinvolgimento, interesse e partecipazione.
Ridurre la chemofobia attraverso l’educazione non formale
I risultati hanno mostrato che gli studenti che hanno preso parte alle attività di educazione non formale hanno dimostrato maggiore interesse e coinvolgimento verso la chimica: l’interazione con la disciplina ha aumentato il loro senso di competenza e fiducia, portando a una percezione più positiva e più vicina della materia.
«Questo indica che la chemofobia non dipende esclusivamente dai contenuti in sé», conclude da Rocha, «ma anche dagli approcci didattici e dagli ambienti di apprendimento». Quando gli studenti vivono contesti significativi, interattivi e accoglienti, le percezioni negative della chimica tendono a diminuire.
L’articolo “Exploring Chemistry: the impact of an interactive model on student motivation in non-formal education spaces” fa parte del nuovo numero speciale di JCOM intitolato “Science Communication in Unexpected Places”.