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Domenica, 30 Agosto, 2026

Lo SKA project: solo un nuovo episodio in una storia millenaria

A photo taken during one of the meetings with the communities involved in the study.

Osserviamo il cielo da tempi immemorabili. I nostri antenati ne erano certamente affascinati, ma questo tipo di osservazione aveva anche risvolti pratici: serviva, per esempio, a scandire il tempo, sia nel corso della giornata sia nel passaggio delle stagioni, diventando particolarmente importante con la diffusione dell’agricoltura. Quelle che oggi sono frontiere della ricerca scientifica, come la cosmologia e l’astrofisica, sono in realtà il capitolo più recente di una storia di osservazione e interpretazione del cielo in continua evoluzione, come emerge da un recente practice insight pubblicato sul Journal of Science Communication JCOM. Nello studio, il ricercatore sudafricano Anton Binneman ripercorre circa dieci anni di incontri con anziani e depositari di conoscenze delle comunità indigene discendenti dei San. Lo studio nasce nel contesto della costruzione MeerKAT e dello sviluppo dello SKA-Mid, due osservatori nel Karoo sudafricano, e della valutazione ambientale e sociale richiesta per questi progetti. La ricerca sottolinea come le conoscenze indigene e tradizionali non siano cristallizzate nel tempo, come a volte erroneamente pensiamo, ma integrino continuamente elementi della contemporaneità, di cui oggi fa parte anche la ricerca scientifica. 

“She threw ashes into the sky and commanded them to become the ‘Milky Way’. She wanted a little light to be made.”
(Da un racconto |Xam sulla nascita della Via Lattea)

«Le storie non sono congelate nel tempo. La lingua evolve, cambia il modo in cui le persone si relazionano al cielo e cambia la conoscenza dell’universo: anche le narrazioni indigene si trasformano insieme alle comunità», spiega Anton Binneman, specialista in engagement, comunicazione e gestione degli stakeholder.

Secondo questo ricercatore, il radiotelescopi del Karoo sudafricano, rappresentano il capitolo più recente di una lunga storia di osservazione e interpretazione del cielo. Le conoscenze tradizionali delle comunità discendenti dei San presenti nell’area sono tutt’altro che statiche: si trasformano nel tempo, incorporando nuovi elementi linguistici, religiosi, sociali e, oggi, anche scientifici.

La costruzione dei nuovi osservatori, e in particolare di SKA-Mid,che fa parte dell’osservatorio SKA, ha richiesto una valutazione ambientale e sociale del loro impatto. Nell’ambito di questo processo, Binneman ha approfondito gli aspetti etnoastronomici delle comunità locali. Per capire che cosa fosse rimasto di queste conoscenze e come fosse cambiato nel tempo,sono stati organizzati workshop in sette località attorno al sito di SKA, coinvolgendo circa 52 anziani e depositari di conoscenze riconosciuti dalle comunità.

Gli archivi Bleek e Lloyd come punto di partenza

Durante gli incontri venivano mostrate immagini di oggetti celesti insieme ad alcuni racconti tratti dall’archivio Bleek e Lloyd, che a fine Ottocento ha raccolto molti di questi miti. «Chiedevamo alle comunità: diteci che cosa vedete e quali storie conoscete su questo oggetto», racconta Binneman. In alcuni casi non emergeva quasi alcun ricordo. In altri, invece, le storie erano ancora riconoscibili, ma trasformate. Le attività comprendevano anche osservazioni serali del cielo e, quando gli anziani non potevano partecipare ai workshop, visite e interviste nelle loro case.

«Non potevamo limitarci ad usare l’archivio così com’era, anche perché è fortemente influenzato dalle credenze di ricercatori bianchi dell’epoca in cui è stato creato. È servito piuttosto come punto di partenza per il dialogo con le comunità», spiega Binneman. 
I risultati mostrano una continuità molto selettiva. Le conoscenze legate alla vita quotidiana sono rimaste più vive delle narrazioni cosmologiche complesse: Venere, per esempio, è ancora ricordata come boer se horlosie, “l’orologio del contadino”, perché la sua comparsa scandiva l’inizio e la fine delle attività quotidiane. In altri casi sono rimasti solo dei frammenti: la Via Lattea viene ancora chiamata Hemelstraat, “strada del cielo”, ma pochi la collegano alla storia della ragazza che gettò la cenere nel cielo. «Le generazioni più anziane ricordano ancora queste storie, mentre tra i giovani non sono più qualcosa di vivo e praticato», osserva Binneman. 
Questo, però, non significa che le storie siano semplicemente scomparse. «Continuano a esistere, ma la loro forma si adatta al colonialismo, all’industrializzazione e all’occidentalizzazione», spiega Binneman. 

I “primi astronomi”

Da questa esperienza nasce il Dialogical Knowledge Renewal Model, un approccio che non cerca di recuperare una presunta tradizione “autentica”, ma mette in dialogo archivi storici, memoria delle comunità e scienza contemporanea, restituendo poi i risultati al territorio. 

Nel Karoo il progetto ha già contribuito alla formazione di guide astronomiche locali e allo sviluppo dell’astroturismo. Ma il risultato è anche simbolico: riconoscere la lunga storia di osservazione del cielo aiuta le comunità a vedere lo SKA non come l’arrivo dell’astronomia in un territorio che ne era privo, ma come una nuova parte della propria storia. «Restituisce dignità alle persone», conclude Binneman. «I primi astronomi non sono stati quelli che hanno costruito MeerKAT o lo SKA».