La Nuova Zelanda — in particolare l’Isola del Sud/Te Waipounamu — è una delle regioni sismicamente più attive al mondo. Per questo motivo, il Paese ha riconosciuto l’importanza di costruire consapevolezza e preparazione.
Nella comunicazione del rischio legata ai disastri naturali, le emozioni — consapevoli o meno — svolgono un ruolo cruciale. Caroline Rowe, ricercatrice del Centre for Sustainability Research dell’Università di Otago (Nuova Zelanda), ha esplorato proprio questa dimensione, mostrando come la comunicazione del rischio possa bilanciare paura e ansia con emozioni positive come fascinazione e fiducia, utilizzando immagini vivide, storytelling e messaggi di certezza. Il risultato è un’analisi approfondita del modo in cui gli aspetti emotivi operano in un contesto reale, contribuendo a una comprensione più ricca della comunicazione del rischio. Lo studio è pubblicato nello speciale sulle emozioni in comunicazione della scienza del Journal of Science Communication (JCOM).
La Nuova Zelanda — in particolare l’Isola del Sud/Te Waipounamu — è una delle regioni sismicamente più attive al mondo. Per questo motivo, il Paese ha riconosciuto l’importanza di costruire consapevolezza e preparazione.
Nella comunicazione del rischio legata ai disastri naturali, le emozioni — consapevoli o meno — svolgono un ruolo cruciale. Caroline Rowe, ricercatrice del Centre for Sustainability Research dell’Università di Otago (Nuova Zelanda), ha esplorato proprio questa dimensione, mostrando come la comunicazione del rischio possa bilanciare paura e ansia con emozioni positive come fascinazione e fiducia, utilizzando immagini vivide, storytelling e messaggi di certezza. Il risultato è un’analisi approfondita del modo in cui gli aspetti emotivi operano in un contesto reale, contribuendo a una comprensione più ricca della comunicazione del rischio. Lo studio è pubblicato nello speciale sulle emozioni in comunicazione della scienza del Journal of Science Communication (JCOM).
“In Nuova Zelanda c’è il 75% di probabilità che nei prossimi 50 anni avvenga un terremoto di magnitudo 8 o superiore lungo la faglia alpina”, spiega Rowe. “Questo ha attirato l’attenzione dei responsabili dell’emergenza, che hanno detto: dobbiamo prepararci meglio.”
Lanciato nel 2016, il programma Alpine Fault magnitude 8 – AF8 funge da interfaccia tra scienza del rischio sismico e gestione dell’emergenza, sviluppando iniziative di comunicazione rivolte sia ai professionisti sia al grande pubblico.
Rowe, che studia la comunicazione nel settore dell’emergenza, ricorda: “Parlando con i responsabili, era chiaro che il programma aveva avuto effetti personali e organizzativi molto forti. Ho iniziato a collegare i puntini: qui c’entra l’emozione.”
La sua ricerca comprendeva due parti. La prima era un’analisi dei 14 esempi di materiali comunicativi del programma. “Non mi aspettavo il tono emotivo che è emerso,” osserva. Gli scienziati comunicavano il rischio con entusiasmo e positività: “Non è ciò che ti aspetti quando parli di un terremoto enorme. però erano davvero entusiasti degli aspetti scientifici e volevano condividerli.”
L’entusiasmo era legato anche alla geologia straordinaria dell’Isola del Sud. “È uno dei pochi posti al mondo dove puoi osservare da vicino un margine di placca, lungo una faglia principale,” spiega. La comunicazione di AF8 metteva in luce non solo la minaccia, ma anche la bellezza del paesaggio modellato dalle stesse forze geologiche.
“Sì, c’è questo rischio che può generare ansia, ma è anche parte del posto in cui viviamo e ci ha regalato bellezza. La faglia è responsabile del paesaggio dell’Isola del Sud. Ha portato anche valore economico attraverso il turismo.”
La seconda parte dello studio includeva interviste con professionisti della gestione dell’emergenza — protezione civile, leader indigeni e comunitari, polizia, vigili del fuoco, servizi medici. Le loro risposte hanno mostrato che gli appelli emotivi di AF8 sono stati gestiti con equilibrio: un tono coinvolto ma rassicurante, l’uso di frame di certezza (radicati nei dati storici) e messaggi di efficacia (“possiamo agire e prepararci”). Strumenti come animazioni, mappe e immagini tipo cartolina delle Alpi Meridionali aiutavano a rendere il rischio tangibile senza provocare paralisi.
Ne emerge un quadro sfumato, in cui le emozioni non sono qualcosa da reprimere, ma da comprendere e usare con saggezza. Per chi comunica il rischio, le emozioni non sono effetti collaterali da evitare: eliminarle è impossibile. Riconoscerle e incanalarle permette agli aspetti positivi — autoefficacia, fiducia, motivazione ad agire — di emergere, impedendo a paura e ansia di prendere il sopravvento.
“Le persone proveranno emozioni comunque. Chi comunica il rischio deve accettarlo e lavorarci,” conclude Rowe. “Il rischio in sé fa paura, ma se lo incornici con messaggi che danno agency ed efficacia, le persone lo affrontano meglio.”
Il paper “Walking the Faultline of Fear: How affect-inducing risk communication can help promote disaster preparedness” di Caroline Rowe, Caroline Orchiston e Fabien Medvecky fa parte dello speciale di JCOM “Emotions and Science Communication”.
“Questo articolo mostra quanto sia importante comprendere le emozioni in un contesto di rischio e paura,” commenta Luisa Massarani, ricercatrice al Brazilian Institute of Public Communication of Science and Technology e guest editor dello speciale.
“Nonostante il loro ruolo cruciale, le emozioni sono poco teorizzate e poco studiate in comunicazione della scienza — anche se l’interesse è in crescita. È per questo che insieme a Neta Shaby (UK) e Daniel Silva Luna abbiamo proposto questo numero speciale. Speriamo ispiri altre ricerche e nuove prospettive su emozioni e comunicazione della scienza.”